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REDDITO · SOPRAVVIVENZA5 maggio 2026

Quando l'AI assume umani per fare il lavoro dell'AI

Il mercato del lavoro 2025 produce due anomalie speculari: piattaforme che affittano corpi umani agli agenti AI, e professionisti qualificati che accettano metà salario pur di lavorare.

Due segnali raccolti questa settimana, apparentemente distanti, descrivono lo stesso collasso visto da angolazioni opposte.

Il primo viene da Rent a Human, piattaforma con 180mila iscritti il cui claim è esplicito: 'Robots need your body'. Il modello è semplice: agenti AI che non riescono a operare nel mondo fisico - ritirare un pacco, consegnare un oggetto, reggere un cartello - assumono esseri umani per micro-attività remunerate. La retorica è quella della flessibilità e dell'opportunità. La struttura reale è diversa: sparisce il datore di lavoro come soggetto giuridico, spariscono le tutele contrattuali, sparisce la responsabilità. Rimane un corpo disponibile, arruolato da un'intelligenza artificiale per svolgere le attività che quella stessa intelligenza non è ancora in grado di automatizzare.

Il paradosso non è solo grottesco sul piano retorico. È rivelatore sul piano strutturale. L'automazione, nel modello classico, sostituisce il lavoro umano. Quello che emerge qui è diverso: l'AI diventa committente, e l'umano diventa sub-contraente in un rapporto asimmetrico dove il potere contrattuale è azzerato e l'identità lavorativa è ridotta a disponibilità corporea.

Il secondo segnale arriva da un articolo di Fast Company che documenta un fenomeno che stava crescendo silenziosamente nei forum e nei feed di chi cerca lavoro: professionisti qualificati - in questo caso una creative strategist - che si trovano davanti a offerte per posizioni full-time remote a metà del loro salario di mercato, e iniziano a considerarle seriamente. Non perché l'offerta sia equa. Perché mesi di ricerca senza risultati hanno eroso la soglia di accettabilità.

Il meccanismo psicologico è noto: la disoccupazione prolungata abbassa sistematicamente il valore percepito del proprio lavoro. Ma quello che emerge dai dati di mercato non è solo un effetto psicologico individuale. È una correzione strutturale verso il basso dei salari per ruoli che non sono stati automatizzati, ma che competono con output AI a costo marginale vicino allo zero. Il datore di lavoro non deve più pagare il valore di mercato di una competenza: può offrire meno, sapendo che c'è una coda di candidati esausti disposti ad accettare.

I due segnali si parlano. Da un lato, un mercato che produce lavoro senza tutele per chi non ha alternative. Dall'altro, un mercato che erode le condizioni di chi le alternative teoricamente le avrebbe, ma le ha consumate nella durata della ricerca.

Il contesto aggrava il quadro. Le ricerche sul workforce ibrido umano-AI stimano che gli agenti artificiali potrebbero già oggi gestire più della metà delle ore lavorative negli Stati Uniti. Gli studenti universitari, come documenta un'indagine recente, stanno abbandonando interi percorsi formativi in cerca di 'majors AI-proof', con un'ansia da disoccupazione che precede di anni l'ingresso nel mercato.

Quello che manca nell'analisi corrente è la comprensione di come questi meccanismi si combinano. Non si tratta di singoli settori colpiti, né di una transizione gestibile con la riqualificazione. Si tratta di una pressione simultanea su più punti del sistema: il valore percepito del lavoro qualificato scende, il lavoro non qualificato viene intermediato da agenti non-umani senza responsabilità giuridica, e la capacità delle persone di negoziare le proprie condizioni si riduce esattamente mentre la pressione economica aumenta.

La domanda che rimane aperta non è se questi fenomeni si stabilizzeranno. È se esistono strumenti concettuali e istituzionali per nominarli con precisione prima di affrontarli.

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