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Apprendimento e transizione

La transizione che serve non ha ancora una strada

Sabato 10 ottobre 2026 · 3 minuti di lettura · settimana 42

Undici milioni di lavoratori americani potrebbero dover cambiare occupazione entro il 2035, e solo uno su sette ha un percorso chiaro per farlo

Undici milioni di lavoratori americani potrebbero dover cambiare occupazione entro il 2035. McKinsey Global Institute stima che circa 770.000 persone dovranno spostarsi di gruppo occupazionale ogni anno - un ritmo 3,6 volte superiore alla media storica. Tanguy Catlin, senior partner e direttore di MGI, ha detto a Charter che quella scala e quella durata non hanno precedenti: "È esattamente il tipo di migrazione occupazionale che abbiamo vissuto durante il Covid", ha dichiarato. "Ma mentre la pandemia è durata due anni, questo è qualcosa che durerà dieci anni."

Il nodo è che solo uno su sette di questi lavoratori ha oggi un percorso chiaro per arrivarci.

L'economia americana potrebbe creare più posti di lavoro di quanti ne elimini l'automazione - con salari mediamente più alti di quelli persi - ma questa prospettiva rimane irraggiungibile per chi non riesce a compiere la transizione. La mobilità, più della scarsità di lavoro, è la sfida che il mercato fatica ad affrontare.

Nel frattempo, una frattura già in atto divide chi è dentro e chi rimane fuori dall'adozione dell'AI. PwC ha classificato quasi 50.000 lavoratori intervistati in 48 paesi in quattro fasce di competenza. I "front-runner", con forti capacità AI, sono il 14% del totale. Gli "AI insurgents", utenti attivi con competenze più diffuse, sono il 18%. Gli "indispensables", con alte competenze non-AI ma in ritardo sull'apprendimento digitale, sono l'11%. La fascia più larga - il 56% - è quella definita "engine room": lavoratori senza competenze specializzate e poco avanzati nell'uso dell'AI.

Pete Brown, global workforce leader di PwC, ha avvertito che "c'è un rischio reale che la forza lavoro globale stia iniziando a muoversi a velocità diverse." I lavoratori della fascia più alta mostrano il 29% di probabilità di cambiare lavoro nell'anno successivo, con fiducia nella propria sicurezza lavorativa. Quelli della fascia inferiore sono, al contrario, i meno propensi a sentirsi pronti ad adattarsi, e solo la metà si sente sicura del proprio posto.

Questo dato potrebbe essere letto come una mappa della distribuzione del potere adattivo nella forza lavoro. Chi ha già imparato a usare gli strumenti AI consolida la propria posizione; chi è rimasto indietro perde terreno ogni settimana che passa - indipendentemente dal fatto che il suo lavoro esista ancora.

Il paradosso è strutturale. Le aziende hanno bisogno che l'"engine room" continui a far funzionare le operazioni quotidiane. Ma questo stesso gruppo è il meno attrezzato a trasformarsi, e i percorsi di riqualificazione disponibili faticano a raggiungerlo con la scala e la velocità necessarie.

McKinsey stima che in settori come l'assistenza infermieristica - storicamente in carenza di personale - l'AI potrebbe persino alleviare il sovraccarico di lavoro. Ma la condizione è che i lavoratori riescano a spostarsi verso quei ruoli, e che i sistemi di formazione siano in grado di accompagnarli.

Catlin ha descritto la portata del fenomeno come "molto, molto significativa". Una mobilità occupazionale su questa scala probabilmente non è mai stata gestita prima, né dai sistemi di formazione né dalle politiche del lavoro. La domanda che rimane aperta riguarda quanti lavoratori riusciranno a raggiungere i posti che il mercato creerà - e attraverso quale percorso.

Fonti

  1. AI skill levels drive workforce divide, PwC finds
  2. The next big workforce challenge may be mobility—not a lack of jobs
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