← exxodus.ioSettimana 43 · 17–23 ottobreNewsletter
EXXODUSreport

Osservatorio sulla transizione del lavoro · un'uscita ogni venerdì

Identità e ruolo

Usare l'AI di nascosto, per paura del giudizio

Giovedì 15 ottobre 2026 · 4 minuti di lettura · settimana 42

Dietro il silenzio di chi usa l'AI può esserci il desiderio di proteggere l'immagine costruita in anni di lavoro. Cosa accade a una persona quando il suo valore smette di essere riconosciuto da chi la circonda?

Un terzo dei lavoratori britannici che usano l'AI lo fa senza dirlo al proprio datore di lavoro. Uno su dieci usa strumenti che l'azienda ha vietato o disapproverebbe. Lo rileva Deloitte, che aggiunge un dettaglio ancora più eloquente: uno su sei paga quegli strumenti di tasca propria.

È una storia di paura. E, più in profondità, è una storia su come il lavoro costruisce l'identità di chi lo fa, e cosa succede quando questa costruzione viene incrinata.

I dati Deloitte mostrano che due terzi dei lavoratori che usano l'AI ogni settimana temono che il proprio capo pensi che un software possa fare il loro lavoro.

Quasi un quarto cita il giudizio degli altri come freno.

Solo un terzo dice che i propri leader parlano di AI con vera comprensione, e la metà non ha ricevuto nessuna formazione.

Chi usa l'AI, spesso, se la deve cavare da solo, e tace per non sembrare meno capace.

Atlassian ha verificato questo timore con un esperimento in cui le persone valutavano un collega che aveva dichiarato di usare l'AI: lo giudicavano dieci volte più pigro di chi non l'aveva dichiarato, a parità di lavoro prodotto, ed erano molto meno inclini a segnalarlo per progetti ad alta visibilità. Il pregiudizio riguarda la percezione di chi fa il lavoro, indipendentemente dalla qualità del risultato.

I dati di Anthropic aggiungono che chi lavora nei ruoli più esposti all'AI ha tre volte più probabilità di temere di essere sostituito rispetto a chi è meno esposto. E chi dichiara i guadagni di produttività più alti è tra i più preoccupati. La familiarità con lo strumento porta quindi più consapevolezza del rischio, senza alcun sollievo.

La paura dei singoli ha un effetto anche sull'azienda. Quando l'uso dell'AI passa nell'ombra, le organizzazioni perdono la cosa di cui hanno più bisogno in un periodo di cambiamento rapido: sapere come il lavoro viene davvero fatto. Le conseguenze? Gli errori restano senza correzione perché nessuno dice come ha prodotto quel risultato, e le buone pratiche non circolano perché nessuno le condivide.

Ma la pressione tocca un livello ancora più profondo e personale: il senso che ognuno ha di sé attraverso il proprio lavoro.

Per Sharon Davis il lavoro è finito all'improvviso, dopo che aveva lavorato per 24 anni alla Food and Drug Administration, gli ultimi cinque come associate director per le operazioni e la gestione della qualità. Ha saputo del licenziamento via email alle cinque di mattina del primo aprile 2025, diventando una delle oltre 95.000 donne nere licenziate o messe in esubero dal governo federale americano per effetto dei tagli attuati da Elon Musk e dal Department of Government Efficiency e dell'eliminazione dei programmi di diversità. "È stato un pugno nello stomaco. Non sono mai stata licenziata prima. È la prima volta nella mia vita che non ho un lavoro", ha detto Davis, 55 anni, a MindSite News.

Pur sapendo razionalmente che non era colpa sua, una frase le tornava in testa: "Non me lo meritavo. Perché è capitato a me?" La psicologa Joy Harden Bradford, che ha fondato il podcast Therapy for Black Girls, spiega il meccanismo: "Quando non hai risposte e non c'è qualcosa di preciso verso cui puntare il dito, di solito puntiamo il dito su noi stessi, e spesso questo si chiama vergogna."

Qui l'identità professionale viene tolta di colpo: decenni di lavoro costruiscono un senso del merito, e una decisione presa altrove lo manda in pezzi.

Sherry Turkle, professoressa al MIT e direttrice fondatrice dell'MIT Initiative on Technology and the Self, descrive una terza forma di erosione dell'identità, più silenziosa. Nel suo libro Artificial Intimacy avverte che delegare il lavoro all'AI porta a perdere il senso di appartenenza al proprio lavoro. In una conversazione con Charter, cita i medici che vogliono che i propri colleghi più giovani svolgano certi esercizi a mano, i giuristi che vogliono che i giovani avvocati scrivano senza AI. "In ogni campo che ho studiato, c'era qualche versione di questo processo di delega. Le persone stanno lottando con collaboratori che perdono il battito del lavoro."

Qui nessuna lettera di licenziamento e nessun giudizio di un collega fanno da innesco: a erodere l'identità è un processo di formazione professionale che rischia di perdersi.

Elise Baturone, ingegnere junior a Criteo, descrive la stessa paura in un post pubblicato sul blog aziendale: "L'estinzione che temo non è quella degli ingegneri software, ma quella dei Senior, mentre diventiamo tutti per sempre Junior, capaci solo di revisionare il lavoro di un agente con l'aiuto di un altro."

Chi dirige una squadra può vedere, di tutto questo, soltanto il silenzio. Nei dati di Deloitte, solo un terzo dei lavoratori dice che i propri leader parlano di AI con vera comprensione. E se chi decide non ne parla, chi la usa non sa se ammettere di usarla verrà letto come competenza, come pigrizia o come il segno che il suo lavoro si può sostituire. In quell'incertezza, tacere può sembrare la scelta meno rischiosa.

Parlare di intelligenza artificiale con trasparenza e con cognizione di causa sarebbe il primo modo per rendere i collaboratori partecipi di un cambiamento che li riguarda, e per dare a chi tace meno motivi di farlo.

Fonti

  1. Employees aren’t hiding their AI use to cut corners. They’re hiding it because they’re afraid
  2. Recovering From a “Gut Punch”: Black Women Fired by Trump and Musk Work to Overcome Shame and Self-Blame
  3. How to maintain the ‘heartbeat of work’ in the age of AI
  4. Forever Junior: The Skills AI Can't Develop for You
Torna alla prima pagina